iv3kasGigi Popovič
Il canto dell'Elettra: l’ultimo viaggio della nave dei miracoli Il 6 settembre 2000 il destino mi ha concesso il privilegio di essere testimone dell’ultimo viaggio sul mare del panfilo Elettra. In quelle ore sospese nel tempo ho cercato di trattenere la memoria attraverso l'obiettivo della mia macchina fotografica. Oggi, a distanza di anni, affido al flusso dei ricordi quelle emozioni profonde, restituendo queste immagini a chiunque vorrà posarvi lo sguardo.
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Il lungo inverno di ferro Abbandonata a se stessa, prigioniera di mille progetti svaniti nel nulla, la nave ha vissuto una lunghissima e silenziosa agonia. Per anni il mio sguardo, affacciato alla finestra dell’ufficio, ha incrociato quel ferro ferito: vedevo la ruggine consumare lentamente ciò che restava del glorioso scafo dell'Elettra, come una ferita aperta sul passato. Poi, alle soglie del nuovo millennio, un sussulto di dignità: si decise finalmente di donare un ormeggio solenne a quel che restava della gloriosa imbarcazione o, per meglio dire, alla sacra "Prua dell'Elettra". L'ultimo bacio del mare Quello che si compiva quel giorno era l’addio definitivo all'abbraccio del mare. Finiva così l'epopea della nave- laboratorio, culla dei sogni e dei prodigi scientifici di Guglielmo Marconi. La terraferma la attendeva sull’altopiano del Carso, a Padriciano, dove la prua si sarebbe trasformata in un monumento perenne tra le mura dell'Area Science Park. Cullata da una chiatta, la prua è scivolata leggera sulle acque del porto fino al molo Bersaglieri, a pochi passi dall'immensità di Piazza Unità d'Italia. Erano le 15:40. Lì, sulla banchina, è rimasta a respirare la brezza marina per qualche ora, in attesa che la notte spegnesse il rumore della città, permettendole di iniziare il suo viaggio terrestre verso l'altopiano. Due anime col nome di Elettra Ad accoglierla si è stretta una folla commossa: autorità, uomini di mare, custodi della memoria e semplici cittadini. Ma l'emozione più pura si è accesa quando le rive triestine hanno ospitato, nello stesso istante, due creature con lo stesso nome. Ad attendere lo sbarco c’era infatti la Principessa Elettra Marconi, figlia dello scienziato, che guardando quel ferro ha sussurrato al passato: «Da bambina, su quest'imbarcazione, ho vissuto momenti splendidi». E confusi tra la gente, custodi invisibili delle frequenze marconiane, c’erano anche i radioamatori dell’A.R.I. di Trieste, guidati allora da Salvatore IV3DYS (SK) e Luigi IV3KAS Nel grembo del Carso Quando il buio si è fatto profondo, la prua ha iniziato a risalire la città a passo d'uomo, scortata nel silenzio delle vie deserte da un carrello speciale. Sette ore di viaggio lento, quasi solenne, per raggiungere finalmente la sua dimora definitiva, adagiata sulla terra sotto la regia attenta dell'architetto Giò Pomodoro. A cinque anni esatti da quella notte, il 2 settembre 2005, per la vecchia prua è arrivato il tempo di una nuova veste. Niente bacino di carenaggio, ma una carezza di vernice e sabbiatura all'aria aperta. Oggi, avvolta dai colori fiammeggianti che solo l'autunno sa regalare alla terra carsica, la prua dell'Elettra svetta fiera e bellissima, continuando a far navigare la fantasia e i sogni di chiunque passi a visitarla.

Elettra, la nave dei miracoli!

“Candida nave che navigava nel miracolo e animava i silenzi eterei del mondo.”

(di G. D’Annunzio)

Nel grande libro della storia della scienza, il nome Elettra evoca immediatamente il genio di Guglielmo Marconi. Tutti la ricordano come la nave-laboratorio sospesa tra le onde, la culla delle invenzioni che avrebbero accorciato le distanze del pianeta. Eppure, pochi sanno che prima di diventare il tempio galleggiante della radiofonia, quel guscio d'acciaio aveva già solcato i mari sotto altre bandiere, legando il proprio destino alla nobiltà mitteleuropea e ai drammi della Grande Guerra. Le origini scozzesi e il battesimo asburgico Tutto ebbe inizio nel 1903, quando l'Arciduca Carlo Stefano d'Austria, stimato ufficiale della Marina imperiale, decise di commissionare un nuovo, sontuoso yacht privato. Per realizzarlo scelse il prestigioso cantiere navale Ramage & Ferguson di Leith, in Scozia. Lì, gli operai lavorarono per un intero anno fino al 27 marzo 1904, giorno in cui lo scafo scivolò finalmente in acqua. La nave era un vero capolavoro di ingegneria navale per l'epoca: imponente con le sue 632 tonnellate di stazza, una silhouette elegante lunga 67,40 metri e larga 8,40, un pescaggio a pieno carico di 5 metri e un cuore pulsante rappresentato da un motore a vapore da 1.000 cavalli capace di spingerla a 12 nodi di velocità. L'Arciduca la battezzò Rovenska, un nome che parlava di casa e di affetti: era infatti l'omonima baia sull'isola di Lussino, nell'odierna Croazia, dove l'aristocratico amava ritirarsi insieme alla moglie, l'Arciduchessa Maria Teresa. Negli anni successivi la proprietà cambiò: nel 1910 pervenne a Sir Max Waechter e nel 1914 passò a Gustavus H.F. Pratt. Pur cambiando padrone e sventolando la bandiera britannica, la nave mantenne orgogliosamente il suo nome. Dai venti di guerra al sogno di Marconi La pace della Rovenska si interruppe bruscamente con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Reclutata dalla Royal Navy, la candida imbarcazione da diporto venne militarizzata e adattata al duro ruolo di dragamine. Per quattro lunghi anni pattugliò le acque grigie del Canale della Manica, facendo la spola tra le coste inglesi e i porti francesi di Brest e Saint-Malo. Finita la tempesta del conflitto, nel 1919, il destino della nave cambiò per sempre. Adocchiata a un'asta, venne acquistata da Guglielmo Marconi per la cifra di 21.000 sterline. Lo scienziato la fece condurre a La Spezia, dove l'allestimento originale lasciò il posto a un laboratorio scientifico galleggiante all'avanguardia. Mancava solo un nome. Inizialmente Marconi pensò di chiamarla Scintilla, un omaggio visivo agli impulsi elettrici delle sue creature tecnologiche. Alla fine, però, scelse ELETTRA. Era un nome breve, sonoro e soprattutto facile da pronunciare per gli anglosassoni, con cui lo scienziato collaborava costantemente. Il miracolo di Sydney e lo stupore del mondo Iniziò così l'epoca d'oro dell'Elettra, un periodo in cui la nave divenne sinonimo di miracolo scientifico. Tra le sue paratie si susseguirono esperimenti cruciali di radiotelefonia, culminati in un evento che lasciò il pianeta a bocca aperta e ridisegnò i confini dello spazio e del tempo. Era il 26 marzo 1930. L'Elettra si trovava ancorata nelle acque del porto di Genova. A bordo, in un silenzio carico di tensione, Marconi si avvicinò al suo tavolo da lavoro e premette un semplice tasto telegrafico. In quell'esatto istante, dall'altra parte del globo, a ben 22.000 chilometri di distanza, era piena notte. Nel cuore di Sydney , in Australia, una folla immensa di migliaia di cittadini si era radunata al buio davanti al Municipio, sfidando l'orario e l'incredulità, con gli occhi incollati alla facciata dell'edificio. Quando l'impulso radio generato dall'Elettra attraversò gli oceani alla velocità della luce, i relè scattarono e la Town Hall di Sydney venne improvvisamente inondata da una sfolgorante cascata di luci. La reazione della gente fu un misto di delirio e sacro stupore. La folla, inizialmente ammutolita dall'incredulità, esplose in un boato di applausi e grida di meraviglia. Molti dei presenti descrissero l'evento come "una vera e propria magia moderna", un prodigio quasi divino che dimostrava come l'uomo potesse ormai dominare l'etere. I giornali dell'epoca celebrarono l'impresa con titoli cubitali, parlando dell'inizio dell'era globale. I cronisti scrissero che Marconi, dalla sua cabina sull'Elettra, aveva "annullato le distanze oceaniche", trasformando la Terra in un piccolo villaggio interconnesso. La radio, che fino ad allora era vista da molti come un curioso passatempo o uno strumento militare, si rivelò agli occhi del grande pubblico come la forza invisibile capace di unire l'umanità. Quel famosissimo tasto, testimone del momento esatto in cui il mondo divenne più piccolo, è oggi custodito gelosamente al Civico Museo del Mare di Trieste, circondato da altri cimeli d'epoca e da un fedele modello della nave in scala 1:50. Il declino, le armi e l'attacco a Zara La magia si incrinò nel 1937 con la morte dello scienziato. La nave passò al Ministero delle Comunicazioni e, quando i venti della Seconda Guerra Mondiale tornarono a scuotere l'Europa, si decise di proteggerla. L'Elettra venne così trasferita e ormeggiata al molo III del Porto Vecchio di Trieste, un luogo ritenuto al sicuro dai bombardamenti degli Alleati. La protezione durò poco. Nel 1943, dopo l'armistizio, il Comando militare tedesco requisì la nave. Svuotata brutalmente di ogni prezioso strumento scientifico e di tutti gli accessori di laboratorio, l'Elettra fu trasformata in una grigia nave da guerra. Ribattezzata con la sigla G 107, fu mandata a pattugliare le coste della Dalmazia. Fu proprio durante una di queste missioni che il destino presentò il conto: il 22 gennaio 1944, a nord di Zara, una squadriglia di cacciabombardieri inglesi la intercettò e la attaccò duramente. Colpita, la nave non sprofondò negli abissi solo grazie ai bassi fondali, che la trattennero adagiata sul fondo, come un gigante ferito. Il recupero, l'indifferenza e la sezione dello scafo Il relitto rimase semi sommerso per quindici anni. Solo nel 1959, dopo estenuanti trattative diplomatiche con il governo jugoslavo, lo scafo venne riportato a galla e rimorchiato fino al cantiere San Rocco di Muggia , a Trieste. L'idea originaria era ambiziosa e romantica: restaurare la nave e riportarla esattamente a com'era ai tempi di Marconi, facendone un museo galleggiante. Purtroppo, la burocrazia e la realtà economica infransero il sogno. I costi per il recupero erano astronomici e, a complicare le cose, sorsero furiose rivalità tra diverse città italiane, ognuna delle quali rivendicava il diritto di ospitare la nave. L'ambizioso progetto scientifico finì così per "affondare" una seconda volta, non a causa delle bombe, ma dell'indifferenza. Il 18 aprile 1977 iniziarono i lavori di demolizione: lo scafo fu sezionato in più parti e i pezzi vennero divisi tra le città contendenti. La prua spettò a Trieste. Nel 1995 si pensò di collocarla davanti all'ex Idroscalo (l'attuale Capitaneria di Porto), immaginando che la parete dell'edificio potesse fare da sfondo simulando l'albero per gli stragli. Ma la vera pace, per quel pezzo di storia, arrivò solo con il nuovo millennio. Il 6 settembre 2000, la prua dell'Elettra venne trasportata sul Carso triestino, nel piazzale dell'Area di Ricerca di Padriciano. Lì, proprio davanti al Laboratorio di ricerche elettromagnetiche intitolato a Guglielmo Marconi, ha trovato la sua definitiva, nobile e meritata dimora.
Panfilo “Rovenska” Pola 1905
1943 ormeggio al molo III° di Trieste
Trasformazione del ex Elettra poi G107 nel 1943
Dove fu colpita il 22 gennaio 1944 il patugliatore tedesco ex Elettra a nord di Zara (Costa Dalmata) oggi Croazia
(Disegno ing. E. Geller)
iv3kasGigi
Popovi č

Elettra, la nave dei miracoli!

Elettra, la nave dei miracoli!

l canto dell'Elettra: l’ultimo viaggio della nave dei miracoli Il 6 settembre 2000 il destino mi ha concesso il privilegio di essere testimone dell’ultimo viaggio sul mare del panfilo Elettra. In quelle ore sospese nel tempo ho cercato di trattenere la memoria attraverso l'obiettivo della mia macchina fotografica. Oggi, a distanza di anni, affido al flusso dei ricordi quelle emozioni profonde, restituendo queste immagini a chiunque vorrà posarvi lo sguardo.
Il lungo inverno di ferro Abbandonata a se stessa, prigioniera di mille progetti svaniti nel nulla, la nave ha vissuto una lunghissima e silenziosa agonia. Per anni il mio sguardo, affacciato alla finestra dell’ufficio, ha incrociato quel ferro ferito: vedevo la ruggine consumare lentamente ciò che restava del glorioso scafo dell'Elettra, come una ferita aperta sul passato. Poi, alle soglie del nuovo millennio, un sussulto di dignità: si decise finalmente di donare un ormeggio solenne a quel che restava della gloriosa imbarcazione o, per meglio dire, alla sacra "Prua dell'Elettra". L'ultimo bacio del mare Quello che si compiva quel giorno era l’addio definitivo all'abbraccio del mare. Finiva così l'epopea della nave-laboratorio, culla dei sogni e dei prodigi scientifici di Guglielmo Marconi. La terraferma la attendeva sull’altopiano del Carso, a Padriciano, dove la prua si sarebbe trasformata in un monumento perenne tra le mura dell'Area Science Park. Cullata da una chiatta, la prua è scivolata leggera sulle acque del porto fino al molo Bersaglieri, a pochi passi dall'immensità di Piazza Unità d'Italia. Erano le 15:40. Lì, sulla banchina, è rimasta a respirare la brezza marina per qualche ora, in attesa che la notte spegnesse il rumore della città, permettendole di iniziare il suo viaggio terrestre verso l'altopiano. Due anime col nome di Elettra Ad accoglierla si è stretta una folla commossa: autorità, uomini di mare, custodi della memoria e semplici cittadini. Ma l'emozione più pura si è accesa quando le rive triestine hanno ospitato, nello stesso istante, due creature con lo stesso nome. Ad attendere lo sbarco c’era infatti la Principessa Elettra Marconi, figlia dello scienziato, che guardando quel ferro ha sussurrato al passato: «Da bambina, su quest'imbarcazione, ho vissuto momenti splendidi». E confusi tra la gente, custodi invisibili delle frequenze marconiane, c’erano anche i radioamatori dell’A.R.I. di Trieste, guidati allora da Salvatore IV3DYS (SK) e Luigi IV3KAS Nel grembo del Carso Quando il buio si è fatto profondo, la prua ha iniziato a risalire la città a passo d'uomo, scortata nel silenzio delle vie deserte da un carrello speciale. Sette ore di viaggio lento, quasi solenne, per raggiungere finalmente la sua dimora definitiva, adagiata sulla terra sotto la regia attenta dell'architetto Giò Pomodoro. A cinque anni esatti da quella notte, il 2 settembre 2005, per la vecchia prua è arrivato il tempo di una nuova veste. Niente bacino di carenaggio, ma una carezza di vernice e sabbiatura all'aria aperta. Oggi, avvolta dai colori fiammeggianti che solo l'autunno sa regalare alla terra carsica, la prua dell'Elettra svetta fiera e bellissima, continuando a far navigare la fantasia e i sogni di chiunque passi a visitarla.
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