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INTRODUZIONE DELL'AUTORE


            Ho vissuto la mia vita con lo sguardo sempre rivolto in avanti,
            diviso  tra  l'impegno  nella  Protezione  Civile,  la  passione  per  le
            frequenze radio che superano ogni confine e le responsabilità nel
            mondo dello sport. Eppure, arriva un momento in cui si avverte il
            bisogno profondo di fermarsi, di volgere lo sguardo indietro. Si
            sente il richiamo di quel vento che pulisce l'aria e, insieme, ridesta
            i ricordi più lontani. Per me, quel vento è la bora; quella forza è la
            pietra del Carso.

            Questo libro non nasce da una sterile nostalgia, ma dal desiderio
            silenzioso e urgente di fissare sulla carta i contorni di un mondo
            che sta sbiadendo. Noi, nati alla fine degli anni ’40, siamo stati i
            figli di una terra di confine ferita e complessa, sospesa nel limbo
            della Guerra Fredda e amministrata da truppe straniere. Ma per noi
            bambini di allora, le fatiche del dopoguerra non erano un limite:
            erano  lo  sfondo  di  una  libertà  assoluta,  un’immensa  avventura
            vissuta a cielo aperto.
            Scrivere queste pagine è stato un atto di gratitudine profonda verso
            le mie radici: a mio papà Roberto e a mia mamma Marta, ai nonni
            Francesco e Maria, e ai miei otto zii materni e paterni, che con il
            loro esempio mi hanno insegnato il valore del sacrificio e il rispetto
            sacrosanto per la terra rossa delle nostre doline. Ma volevo anche
            riabbracciare  idealmente  i  compagni  d'infanzia  di  Ceroglie  e
            Malchina, i ragazzi con cui ho condiviso la polvere delle strade
            bianche, i giochi e i graffi sulle ginocchia. Un pensiero speciale va
            a quanti, tra loro, sono già andati avanti: questo racconto è per voi,
            affinché la nostra giovinezza resti scolpita nella roccia.

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