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alla sua sedia, un panno scuro copriva le grandi gabbie.
Più di sessanta canarini riposavano lì dentro. Il loro canto
era il sostentamento delle sue figlie, ma in quella notte di
fine aprile 1944, anche un singolo cinguettio improvviso
avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte.
Dah-dah-dit. Dit-dit-dah.
Un rumore secco tagliò l'aria. Non proveniva dalle cuffie
di Barzellato. Veniva dal portone di sotto. Poi, il battito
ritmico e pesante di stivali chiodati sui gradini di pietra
delle scale. Passi rapidi. Coordinati.
«I tedeschi», sussurrò Molina. La mano scivolò sulla
fondina della Beretta.
Barzellato non si fermò. Mancava l'ultimo blocco, l'ultima
nota del colonnello De Forti sulle motozattere cariche di
munizioni nel porto. Batté gli ultimi tre punti. Poi, staccò
la spina.
Il marconista sollevò il ripiano del tavolo in legno,
incassando l'apparato nel doppio fondo segreto. Molina
accostò un fiammifero ai foglietti di carta-lampo con i
codici One-Time Pad. Una fiammata violenta, azzurrina,
divorò i segreti della missione in un millesimo di secondo,
senza lasciare fumo né cenere. Contemporaneamente, con
una fune, Barzellato spinse la radio fuori dalla finestra
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