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il battello scivolava nel silenzio, spinto solo dalla
propulsione elettrica per eludere gli idrofoni tedeschi
dislocati a difesa di Pola.
Dalla torretta, il comandante perlustrò la costa con il
binocolo. Dietro di lui, protetti dalla sagoma della
struttura, il capitano Valentino Molina e il marconista
Enzo Barzellato aspettavano il segnale. Gli abiti civili,
ruvidi e pesanti, erano quelli acquistati nei mercati del Sud
liberato, ma sotto le giacche batteva il cuore di due ufficiali
del Servizio Informazioni Militari.
«La spiaggia è libera. Cinque minuti», ordinò il
comandante a bassa voce.
Due marinai calarono in mare un battellino di gomma. Sul
fondo vennero sistemate due pesanti casse di legno
rinforzate. Contenevano la stazione Type 3 Mk. II, le
valvole di ricambio, i cristalli di quarzo e i blocchi di
cifratura. Il loro passaporto per Trieste; la loro condanna a
morte in caso di cattura.
Molina salì per primo, stabilizzando lo scafo pneumatico.
Barzellato lo seguì, stringendo la borsa di cuoio con gli
accumulatori al piombo. I marinai ai remi iniziarono a
spingere l’imbarcazione verso terra. Ogni colpo nell'acqua
generava una fosforescenza minima, un brivido di luce
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