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trovò di fronte una donna minuta. Aveva l'aria logorata
            dalla  miseria,  ma  due  occhi  vividi,  capaci  di  scavare  a

            fondo. Clementina notò lo sguardo basso del ragazzo e la
            tensione  con  cui  stringeva  il  manico  della  valigia.  Non
            pose  domande.  In una Trieste  occupata, la curiosità  era

            una  condanna  a  morte.  Gli  indicò  la  camera  e  accettò
            l'anticipo.

            Varcata  la  soglia,  Barzellato  fu  investito  dal  suono.  Un

            trillo argentino, limpido, assurdo in una città paralizzata
            dal coprifuoco. Disposte lungo le pareti del corridoio e sui
            ripiani della veranda c'erano gabbie ovunque. Clementina

            ospitava  più  di  sessanta  canarini.  Erano  il  suo  rifugio
            contro  la  solitudine  della  vedovanza,  ma  anche  l'unico
            commercio rimasto per mantenere le figlie.

            «Fanno rumore, lo so», disse la donna, fissando un pezzo

            di cicoria tra le sbarre. «Ma il loro canto copre i rumori
            della via. E a volte, fa dimenticare i pensieri».

            Barzellato  capì  che  quel  cinguettio  perenne  offriva  una

            copertura  perfetta.  Nei  giorni  successivi,  la  vicinanza
            forzata stracciò le bugie. Clementina notò gli orari notturni

            dell'inquilino, il sottile filo di rame che calava furtivo dalla
            finestra verso il cortile interno e quel pesante tavolino di
            legno che il giovane aveva modificato nella stanza.



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