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Ogni volta che Enzo Barzellato sollevava il ripiano del
tavolino di legno, la camera da letto diventava il terminale
di una linea invisibile. Il marconista accendeva la Type 3
Mk. II, fissando lo specchio delle valvole finché il
filamento non diventava incandescente.
Con il polso teso, sintonizzava la frequenza d'onda
concordata con il Sud. Le trasmissioni non erano parole,
ma impulsi. Prima di sfiorare il tasto, Barzellato e il
capitano Molina trascorrevano ore a cifrare le
informazioni con i foglietti di carta-lampo del sistema
One-Time Pad. Ogni capoverso di testo in chiaro veniva
aggredito dall'aritmetica modulare e ridotto a colonne di
cinque cifre casuali.
«Quattro minuti, Enzo. Massimo cinque», sussurrava
Molina, tormentando una sigaretta spenta tra le labbra.
Barzellato annuiva e premeva il metallo. Dit-dah-dit. Dit-
dit-dit. I polpastrelli volavano. In quei pochi minuti On-
Air, la radio lanciava nell'etere informazioni vitali: i
numeri di matricola dei treni tedeschi diretti verso la linea
del fronte, le coordinate dei depositi di munizioni del
Carso e i movimenti della flotta nazista. Dalla finestra,
l'antenna filare di rame, confusa tra i panni stesi da
Clementina, irradiava i segnali verso sud, oltre le linee
nemiche, fino alle antenne alleate in Puglia. Quella messe
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