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I RAGAZZI DELLA PIETRA E DELLA BORA
di Luigi Popovič
Memorie di un'infanzia sul Carso e a Trieste negli anni '50
Sullo sfondo di una Trieste sospesa negli anni '50, tra le fatiche
del secondo dopoguerra e i fremiti della ricostruzione, si snodano
le memorie intime e potenti di un ragazzo che scopre il mondo.
Il viaggio comincia sul Carso, all'ombra del fiero Monte Ermada,
tra le strade sterrate di Ceroglie e Malchina, dove la durezza della
pietra e il soffio della bora sono i compagni di gioco di un'infanzia
libera e assoluta. Dalle corse a perdifiato dietro i camion americani
del TRUST al lavoro nei campi di terra rossa delle doline con i
nonni, ogni ricordo è un'avventura.
La domenica diventa il rito del viaggio: prima in bicicletta fino a
Visogliano, nel cortile della storica levatrice, e poi a bordo delle
storiche carrozze "Centoporte" dirette in città. C'è la Trieste
popolare delle domeniche a San Giovanni sul rimorchio del tram
numero 6, e ci sono le passeggiate invernali sulle Rive, oltre l'ex
Idroscalo, ammirando le gru ad acqua del Molo IV manovrate
dal padre. Un cammino che conduce, salite le grandi scalinate di
marmo, alla magia del cinema della Stazione Marittima.
In un perfetto disegno del destino, la luce del grande schermo
diventerà il lavoro dell'adulto: da manutentore delle gru a Capo
Turno, chiamato a governare l'energia di media e alta tensione
proprio in quegli stessi saloni del Porto durante i temporali e le
manutenzioni.
Un viaggio a ritroso nel tempo, un profondo atto di gratitudine
impresso per sempre nella roccia della memoria.
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