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Capitolo 10: L'eco nelle centrali e nelle cabine
del Porto
Q uando la linea 44 terminava la sua discesa panoramica e
apriva le porte al capolinea di Trieste, l'aria della città mi
avvolgeva con la sua energia dinamica. Ma per me, il vero
traguardo non era una via qualunque del centro. Il mio destino mi
aspettava sul ciglio del mare, in quel Porto di Trieste che per tre
generazioni era stato il motore, il sostentamento e l'orgoglio di tutta
la mia famiglia.
Entrare a lavorare in porto è stato come raccogliere un testimone
invisibile, un'eredità di fatica e dedizione passata di mano in mano.
I moli, che da bambino vedevo solo la domenica, sono diventati il
teatro della mia vita professionale. Ho iniziato la mia carriera sul
campo, lavorando come manutentore delle gru elettriche: quelle
grandi strutture d'acciaio che sollevavano le merci e che
richiedevano una cura costante e una conoscenza profonda di ogni
singolo circuito.
La dedizione e l'esperienza mi hanno poi portato a diventare Capo
Turno, un ruolo di grande responsabilità che ha allargato i miei
orizzonti operativi. In quelle vesti, il mio compito era quello di
sorvegliare la sicurezza energetica del porto, intervenendo
direttamente per eseguire le delicate manovre di media e alta
tensione sia nelle centrali elettriche principali sia nelle varie cabine
di trasformazione dislocate lungo i moli. E tra queste, in un disegno
perfetto che solo il destino sa tracciare, c'era anche la cabina della
Stazione Marittima.
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