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segnale antico che lì si aprono le porte per un bicchiere di vino e
un pezzo di prosciutto. Vederle scorrere oltre il vetro, insieme ai
muretti a secco che un tempo facevano da sfondo alle corse dietro
le Jeep del TRUST, mi fa sentire a casa. Ritrovo i prati dove
bastavano quattro pietre per inventarsi uno stadio e sento quasi
l'eco dei campanacci delle mucche di nonno Francesco e nonna
Maria. La 44 raccoglie la gente dei paesi, le loro voci in dialetto e
in sloveno; custodisce l'essenza stessa di una terra aggrappata alla
roccia.
Ma il vero miracolo di questo viaggio si compie sempre nello
stesso, identico punto: all'altezza di Contovello.
Fino a un momento prima sei immerso nella boscaglia, circondato
dalla pietra viva, dalle frasche delle osmizze e dalla durezza del
Carso. Poi, all'improvviso, la strada compie una curva geometrica
e il mondo si spalanca. È un colpo d'occhio che toglie il fiato ogni
volta, anche dopo averlo visto migliaia di volte. La vegetazione si
dirada e lo sguardo scivola giù, dritto in verticale, tuffandosi
nell'immensità del golfo.
Da lassù, Trieste appare in tutto lo splendore delle sue pietre
bianche e del suo mare blu profondo. Si vede il profilo della costa,
il Molo Audace che taglia l'acqua e, soprattutto, si vede il Porto.
Quel grande polmone di navi, moli e gru che per tre generazioni
ha dato da vivere alla mia famiglia si mostra da Contovello in tutta
la sua maestosa operosità.
Ogni volta che l'autobus frena dolcemente lungo quel costone
panoramico, guardando il mare aprirsi davanti a me, sento una
dolce nostalgia per i compagni d'infanzia con cui ho diviso ogni
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