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Le manovre all'interno della cabina della Stazione Marittima non
            erano  una  routine  tranquilla.  Richiedevano  la  mia  presenza
            soprattutto  in  due  occasioni  critiche:  durante  i  complessi
            interventi di manutenzione degli impianti o, peggio, nel bel
            mezzo di violenti temporali. Quando i fulmini squarciavano il
            cielo del golfo e minacciavano le linee, o quando i guasti causati dal
            maltempo  rischiavano  di  far  piombare  la  struttura  nel  buio,
            bisognava agire in fretta. Isolare le sezioni danneggiate, fare i rinvii
            di  corrente  e  ridare  tensione  ai  quadri  elettrici  in  condizioni  di
            emergenza richiedeva nervi saldi e una concentrazione assoluta.
            Gestire quella forza invisibile mentre fuori infuriava la tempesta
            faceva parte del dovere.

            Eppure, proprio lì, a pochi metri dai dispositivi ad alta tensione
            della Stazione Marittima, un tempo si sviluppavano i corridoi e i
            saloni del dopolavoro dei Magazzini Generali.

            Ogni volta che entravo in quella cabina per un'ispezione, per un
            turno di manutenzione o dopo che un fulmine aveva fatto scattare
            le  protezioni,  non  potevo  fare  a  meno  di  sentire  un  brivido
            profondo lungo la schiena. A manovre concluse, sotto il ronzio
            costante  dei  trasformatori  che  tornavano  a  regime,  mi  bastava
            chiudere gli occhi per un istante e la magia si compiva di nuovo.
            Sotto la mia divisa da Capo Turno, mi sembrava quasi di sentire
            l’eco lontana delle risate di quel bambino di Ceroglie. Mi rivedevo
            lì, seduto nel buio fitto delle domeniche d'inverno accanto a papà
            Roberto, con le mani che sapevano ancora di cioccolata americana
            e gli occhi spalancati davanti a quella luce che sul grande schermo
            dava vita a Paperino e a Tom e Jerry.




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