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Nel dopoguerra, mentre la giustizia ordinaria si perdeva
            nei meandri delle amnistie politiche, Trieste scelse di non

            dimenticare l'onda spezzata di via Ireneo della Croce.

            Oggi, chi visita il Civico Museo della Risiera di San Sabba
            può scorgere, incisi su una lapide di marmo scuro, i nomi

            di  Valentino  Molina,  Francesco  Sante  De  Forti,  Guido
            Gino  Pelagalli  e  Clementina  Tosi,  uniti  per  sempre  nel
            ricordo del loro sacrificio.


            Ma il simbolo più intimo e potente di questa storia si trova
            camminando  a  testa  bassa  lungo  il  marciapiede  di  via
            Ireneo della Croce, proprio davanti al portone del civico

            numero  5.  Lì,  incastonata  tra  i  vecchi  cubetti  di  pietra,
            brilla una pietra d'inciampo (Stolperstein) in ottone. Reca
            inciso il nome di Clementina Tosi Pagani.


            Se ci si ferma un istante in quel punto, nel silenzio della
            via, sembra quasi di poter sentire ancora il rumore di una
            fabbrica di birra lontana, il canto improvviso di sessanta
            canarini sul balcone e, sopra ogni cosa, il battito ostinato e

            invisibile  di  un  tasto  telegrafico  che  scelse  la  libertà  al
            prezzo della vita.









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