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PARTE II – IL VIAGGIO
DELLA DOMENICA
Capitolo 5:
Due ruote verso Visogliano e le mani
della levatrice
L
a domenica mattina il Carso si svegliava con un silenzio
diverso. Per me e il mio papà Roberto era il giorno del
viaggio, il giorno in cui la boscaglia, le doline e i muretti a
secco lasciavano il posto al mare e ai grandi palazzi di Trieste.
Il nostro cammino cominciava sempre su due ruote. Salivamo in
sella alle biciclette e pedalavamo lungo le strade bianche e sterrate
che collegavano i paesi, sfidando la polvere e, d'inverno, il freddo
pungente dell'altopiano. Pedalavamo fino a Visogliano, dove
avevamo un porto sicuro: un cortile di una famiglia di contadini
dove potevamo lasciare le biciclette al sicuro.
La padrona di casa non era una donna qualunque: era la levatrice
dei paesi limitrofi. In un Carso ancora ferito dalle privazioni del
dopoguerra, dove i telefoni erano una rarità e le automobili un
lusso per pochissimi, lei rappresentava l'unica salvezza nelle notti
di tempesta o durante le nevicate gelide portate dalla bora. Quando
per una madre arrivava il momento del parto, un uomo del paese
saliva di corsa in sella a una bici o partiva a piedi tra i sentieri bui
per andare a chiamarla. E lei non si faceva attendere. Afferrava la
sua borsa di cuoio consumato, pesante di bende, forbici e
disinfettante, e partiva anche se c'era il ghiaccio sulle strade sterrate.
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