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La si vedeva pedalare a testa bassa contro il vento, mossa da una
            forza che sembrava sovrumana.

            Entrava nelle case di pietra con un'autorità naturale che portava
            subito la calma. Le sue erano mani sapienti, grandi, forti eppure
            capaci di una delicatezza infinita. Erano mani che profumavano di
            sapone di Marsiglia e acido borico, capaci di accogliere la vita nel
            momento esatto in cui si affacciava al mondo. Erano le stesse mani
            che, alla fine degli anni '40, avevano aiutato anche me a compiere
            il primo respiro.

            Ritornare nel suo cortile ogni domenica mattina, insieme a papà,
            era un rito d'affetto e di profonda riconoscenza. Quando ci vedeva
            arrivare,  ci  accoglieva  sempre  con  un  sorriso  aperto  e  antico,
            asciugandosi le dita sul grembiule pulito. Scambiava poche parole
            in dialetto con mio padre, parlando del tempo, del raccolto nelle
            doline  o  della  salute  della  famiglia,  e  poi  mi  dava  una  carezza
            affettuosa sulla testa. In quel gesto semplice e ripetuto nel tempo,
            io sentivo il legame profondo con le mie radici. Custodire le nostre
            biciclette sotto la sua ala protettiva prima di salire sul treno per
            Trieste era come lasciare un pezzo di noi in mani sicure.


















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