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subito  dietro,  dove  erano  agganciate  le  famose  carrozze
            "Centoporte".

            Vederle accostare alla banchina era uno spettacolo unico. Quelle
            carrozze  fatte  di  legno  e  metallo  verde  vagone  sembravano  un
            grande mosaico in movimento: ogni scompartimento aveva la sua
            porta indipendente che dava direttamente sull'esterno. Non appena
            il treno si fermava con un lungo stridore di freni, si scatenava il
            rito.  I  passeggeri  abbassavano  i  finestrini,  facevano  scattare  le
            maniglie e i pesanti chiavistelli metallici sbattevano tutti insieme
            contro le fiancate, creando un fracasso ritmico che per me era il
            vero inno della domenica.
























            Papà mi prendeva per mano, apriva una di quelle porte e mi aiutava
            a salire l’alto gradino di ferro. Entrarvi significava immergersi in un
            mondo a sé, un piccolo microcosmo fatto di lunghi sedili in legno
            lucido e poggiatesta di rete. L'aria profumava di viaggio, di fumo e
            di quel calore umano tipico delle domeniche di festa. Ci sedevamo

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