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Lì si respirava un'atmosfera di comunità e di rinascita, e i tornei di
calcio tra i ragazzi dei collegi erano una festa di giovinezza e di sana
competizione.
Ma l’emozione più grande, quella che faceva battere forte il cuore
a entrambi, scattava quando giocava la squadra locale: il San
Giovanni.
Andare al campo sportivo della squadra del rione era come entrare
in un tempio laico della passione popolare. Non c’erano le grandi
tribune moderne, ma un calore umano che avvolgeva tutto. Già da
lontano si sentiva il brusio della folla che si trasformava in boato a
ogni azione. Il pubblico si accalcava lungo le recinzioni: operai,
artigiani, famiglie intere arrivate lì per sostenere i colori del
quartiere. L'aria era densa di profumi intensi: l'odore di polvere
della terra battuta nera (scorie di carbone), il fumo delle sigarette
e, soprattutto, il profumo inconfondibile della carbonella che
bruciava nei chioschi improvvisati per cuocere le salsicce e
čevapčiči.
Papà mi teneva stretto, proteggendomi dalla calca, ma mi faceva
spazio per farmi vedere il campo. La sua mano stringeva la mia,
forte e rassicurante. Non era solo un momento di svago; era una
scuola di vita. Mio padre mi spiegava i segreti del gioco, mi indicava
i movimenti dei giocatori e mi insegnava, senza saperlo, il valore
del rispetto, della lealtà e della passione. In quelle domeniche di
sole a San Giovanni, dopo il viaggio scoppiettante sul rimorchio
del tram, il Carso sembrava lontano, ma i valori della nostra terra
erano tutti lì con noi, a bordo campo.
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